Celebrazioni-25-Aprile-2015-Discorso-del-Sindaco-Daniela-Lo-Conte

Ad oggi sono trascorsi 70 anni dal 25 aprile 1945, da quando tutto il territorio italiano, in ogni suo lembo, fu liberato dal nazifascismo. E settanta anni impongono una battuta d’arresto nella nostra riflessione collettiva: settanta anni sono il tempo di una vita matura, ma anche il tempo di una Storia che si fa sempre meno recente, che si allontana e che, allontanandosi, non può e non deve perdere pregnanza. Non può sfuocarsi.

Le testimonianze dirette, di chi ha visto con i propri occhi ciò che gli occhi di molti di noi non hanno visto, sono ormai un privilegio e lo diventeranno sempre di più. Questo non possiamo nascondercelo.
Dobbiamo, perciò, essere consapevoli e assumerci un forte impegno, insieme: il poter ascoltare le parole di chi ha vissuto i giorni della guerra e della Resistenza, fino alla Liberazione, diventerà sempre più una rarità e, con l’affievolirsi di tale opportunità, siamo chiamati a rispondere con maggior forza e vigore, a compensazione. Siamo chiamati a dare profondità al nostro pensiero, ma soprattutto a dare continuità, con la nostra azione, a quella grande e straordinaria Azione collettiva che fu la Resistenza, a quel moto civile e ideale fatto di un popolo in armi, di una mobilitazione coraggiosa di cittadini, giovanissimi, che si ribellarono all’oppressione, ma fatto pure di una popolazione che, anche senza armi, ma non per questo senza coraggio, scelse i valori della libertà e della solidarietà. Le nostre campagne ne portano ancora le tracce e ne custodiscono ancora racconti straordinari.

Tra i giovani che, fra l’equivoca passività e la scelta combattente, scelsero la seconda, voglio ricordare Francesco Marciatori. Pochi giorni fa (il 15 aprile) ricorreva il centenario della sua nascita.
Il giovane Marciatori a cui l’Anpi di Granarolo dell’Emilia ha appena dedicato un importante pubblicazione – e per questo ringrazio a nome di tutta la nostra comunità presente e futura - è esempio di chi ha operato la scelta di antifascista e, poi, quella di partigiano, ma soprattutto di chi è stato condannato a otto anni di carcere per avere scelto di credere in ideali semplici, e forse proprio per questo così potenti, come quello della solidarietà. Aveva donato 30 centesimi ai minatori spagnoli in difficoltà e, anche per questo, fu ritenuto pericoloso. Nonostante le restrizioni della libertà e tutto il resto, ha continuato a credere in quegli ideali, almeno finché ha avuto vita per farlo.
Lo stesso per Irma Bandiera che abbiamo il dovere di ricordare sempre, a simbolo e ad esempio, di donna Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria. E’ come se su quella medaglia ci fossero scritte tante cose, ma una forse è incisa più profondamente delle altre: il futuro di Libertà di tanti vale più di ogni altra cosa, persino della propria vita di giovane donna.
Staffetta nella 7a G.A.P., fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre rientrava a casa, dopo aver trasportato armi nella base della sua formazione di Castelmaggiore. Con sé aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e poi la trasportarono ai piedi della collina di San Luca, dove le scaricarono addosso i loro mitra. Il suo corpo fu lasciato come ammonimento per un intero giorno sulla pubblica via. Eppure ben più forte di quell’ammonimento furono il suo coraggio e la spinta ideale verso la libertà o, meglio, la Liberazione.
Due esempi, quello di Francesco Marciatori e quello di Irma Bandiera, che ci raccontano la medesima Storia, di un movimento collettivo, di una Resistenza che ha portato alla Liberazione perché erano in tanti a crederci, a lottare, a resistere appunto. Tanti, davvero tanti, ma – abbiamo il dovere di ricordarlo - non tutti. Come ha sottolineato in questi giorni il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella costante necessità di conoscere che affidiamo alla ricerca storica le affidiamo anche un altro dovere: “La ricerca storica deve continuamente svilupparsi ma senza pericolose equiparazioni fra i due campi in conflitto”. E’ pericoloso equiparare le parti in lotta.
Dittatura e anche conformismo hanno caratterizzato il Ventennio fascista. L’oppressione. Da una parte. Dall’altra, invece, la volontà di capovolgere la concezione autoritaria e illiberale, capace di esaltare violenza e razzismo. Da questa dirompente spinta a riconquistare la libertà nasce il patrimonio che ci è stato consegnato: la Repubblica, la Costituzione e la democrazia.

Non a caso, nei giorni scorsi, in occasione della cerimonia del 70esimo anniversario della Liberazione, un gruppo di partigiani, per la prima volta a Montecitorio, è stato accolto così: "Oggi voi partigiani siete qui non come ospiti, ma come padroni di casa", a sottolineare come il luogo simbolico della rappresentanza democratica è la casa naturale di chi quella stessa democrazia l’ha conquistata. Ed è una democrazia, è bene ricordarlo, che è fondata sulla partecipazione, sulla divisione dei poteri e sul rispetto delle persone e delle istituzioni.
Alcuni principi contenuti nella nostra Costituzione faticano ora a trovare corrispondenza nella dura realtà del nostro Paese, a partire dall’etica pubblica e alla dignità delle persone, nel lavoro e nella condizione sociale, nella non discriminazione. Eppure la lotta quotidiana a cui tutti noi siamo chiamati ogni giorno è proprio quella che ha un unico fine: dare sostanza, carne e ossa effettive, a tutti questi principi costituzionali.
E’ questo l’unico modo per ricordare, con onore e con orgoglio, a lungo, i nostri caduti e tutte le donne e gli uomini che oggi ci hanno portato qui, insieme, nel settantesimo anniversario della Liberazione.
Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui, alle 8 del mattino via radio, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia, facenti parte del Corpo Volontari per la Libertà, di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa.

Da allora, sono almeno tre le generazioni che si sono susseguite e ciò che le tiene unite più profondamente sono i valori comuni della democrazia, della giustizia sociale e della pace, è questo il filo rosso che ci lega e che deve rimanere sempre ben teso e mai cedere, né di fronte al qualunquismo e all’individualismo esasperato, né tantomeno a corruzione e illegalità, e ancor meno, naturalmente, alle espressioni neofasciste, antisemite e xenofobe.
Infine, per alzare lo sguardo: ai giovani dobbiamo consegnare sì questa Memoria, viva e vitale, ma soprattutto le condizioni per viverne contenuti e ideali con spiriti critici e menti libere. Solo così, quel filo rosso si estenderà, forte, nel futuro.

VIVA LA RESISTENZA, VIVA LA REPUBBLICA.